La paura di essere giudicati: il bias della desiderabilità sociale

Tempo di lettura: 4 minuti

Nel 2001, negli Stati Uniti, furono analizzati i sondaggi di voto per le elezioni dell’anno precedente, confrontandole poi con i risultati reali, ed emerse un’incongruenza. Più del 20% di chi aveva dichiarato che si sarebbe astenuto aveva invece votato per uno dei due candidati. Una situazione simile è presente anche in un altro tipo di sondaggio, condotto nel 1971: in questo caso, il 30-70% dei candidati affermò di non aver mai fatto uso di sostanze illecite, risultando però positivo al test delle urine.

Perché c’è questa discrepanza tra quello che si afferma in un sondaggio e quello che si fa veramente? Probabilmente, perché un certo tipo di risposta potrebbe risultare socialmente poco accettabile agli occhi delle altre persone. Questa tendenza a mentire se si è sottoposti a determinate domande, spesso definite domande sensibili, viene chiamato bias della desiderabilità sociale (o Social Desirability bias), ed è un errore cognitivo che può avere risvolti negativi su ricerche e sondaggi.

Le domande sensibili

In un lavoro del 2007, una metanalisi condotta da Tourangeu e Yan, sono state analizzate varie pubblicazioni che hanno studiato l’effetto di questo bias, andando a esaminare tutte le variabili coinvolte. Quali sono innanzitutto queste domande sensibili e in che modo possono influenzare la risposta; in seguito, i fattori estrinseci ai soggetti, ovvero i metodi in cui sono poste le domande; per concludere infine con il ricorso a varie tecniche che possono limitare l’effetto di questo errore cognitivo.

Procedendo per gradi, le domande sensibili sono quelle domande che possono essere percepite come intrusive da parte dei soggetti, sia perché possono toccare argomenti personali, come il consumo di alcool, l’essere un fumatore, la propria salute o le proprie emozioni, sia argomenti sociali, spaziando tra ecologia e ambiente, fino alle convinzioni politiche. Vi sono, inoltre, anche quelle domande che si ha paura di affrontare, temendo che le risposte vengano allo scoperto. In questi casi ciò che si teme è la cosiddetta minaccia di divulgazione (o threat of disclosure).

Porre questo tipo di quesiti può portare a risposte considerate socialmente troppo accettabili, rappresentative cioè di un mondo più roseo di quello reale. Tant’è vero che, in alcuni casi, questo tipo di risultati viene scartato a priori, se superano un certo limite. In altri casi, invece, queste domande possono portare fino all’8% di mancata risposta.

Se c'è una discrepanza tra ciò che si afferma in un sondaggio e ciò che si fa è perché una data risposta risulta socialmente poco accettabile.

I fattori estrinseci

Tra gli altri elementi che possono influenzare la scelta di un sondaggio vi sono anche le modalità di somministrazione e il contesto in cui viene condotto. È stato dimostrato che è molto più facile rispondere sinceramente a un questionario scritto o virtuale, rispetto a un’intervista faccia a faccia con un ricercatore. Anche rispondere al telefono a domande sensibili risulta più semplice.

Se il sondaggio è condotto di persona, il contesto è estremamente importante e la presenza di altri soggetti può influenzare le risposte. Basta immaginare uno studente che partecipa a uno studio sul fumo all’interno delle scuole: in presenza dei suoi genitori, probabilmente risponderebbe nel modo più socialmente accettabile, evitando di dire la verità per paura di essere giudicato.

Ci sono varie strategie per fare in modo che questo bias abbia il minor effetto possibile. Più viene garantita l’anonimità del questionario, più si risponde dicendo quello che si pensa veramente. Così come essere intervistati da un completo sconosciuto. Un altro stratagemma divertente ma ingegnoso è quello di connettere i soggetti a una falsa macchina della verità, dicendo loro che il sistema può rilevare quando una persona sta dicendo una bugia. Questo aumenta il tasso di risposte sincere durante il sondaggio, anche se la macchina è spenta oppure è solo una scatola vuota.

Saper ignorare l’opinione degli altri

Il come si risponde a un questionario è quindi influenzato dalla paura della disapprovazione sociale, dal non voler mostrare le proprie “debolezze” o dalla paura di discostarsi dal pensiero collettivo dominante. Tuttavia, secondo uno studio di Park e Lessig del 2007, questo effetto scompare con l’età, forse perché si è più sicuri delle proprie posizioni o, semplicemente, perché non ci si preoccupa più di quello che pensano gli altri.

Scegliere la risposta più socialmente accettabile è sicuramente la scelta meno rischiosa, più auto-conservativa, ma non per questo si rivela essere sempre la decisione corretta in un contesto di ricerca. Sapendo l’importanza che le risposte a uno studio o a una ricerca possono avere, c’è la necessità di rispondere il più possibile in modo sincero, in modo da non falsare eventuali risultati scientifici.

Carlo Sordini

Fonti:

  • Belli, Robert & Traugott, Michael & Beckmann, M.N. (2001). What leads to voting overreports? Contrasts of overreporters to validated voters and admitted nonvoters in the American National Election Studies. Journal of Official Statistics. 17. 479-498.
  • Wish ED, Hoffman JA, Nemes S. (1997). The validity of self-reports of drug use at treatment admission and at followup: comparisons with urinalysis and hair assays. NIDA Res Monogr.;167:200-26. PMID: 9243563.
  • Tourangeau, R., & Yan, T. (2007). Sensitive questions in surveys. Psychological Bulletin, 133(5), 859–883. https://doi.org/10.1037/0033-2909.133.5.859
  • C. Whan Park, V. Parker Lessig (1977). Students and Housewives: Differences in Susceptibility to Reference Group Influence, Journal of Consumer Research, Volume 4, Issue 2, September 1977, Pages 102–110, https://doi.org/10.1086/208685