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Podcaster e moderatore di centinaia di eventi pubblici, è il giornalista italiano più seguito su LinkedIn e vanta più di 25 anni di collaborazioni con testate nazionali come il Corriere della Sera. TEDx speaker con un Executive MBA conseguito presso la Business School del Politecnico di Milano, è stato inserito tra i professionisti di WikiMilano. Per 14 anni ha lavorato in Fiera Milano come responsabile della comunicazione digitale. I suoi libri sono pubblicati da Mondadori, Guerini, Egea, FrancoAngeli e altre case editrici.
È docente a contratto di comunicazione all’Università degli Studi di Pavia. Tra i riconoscimenti ricevuti figurano il Premio Bellavista Franciacorta (2004), la menzione d’onore al premio letterario “50 Sfumature letterarie di Pinot Noir” (2025), il Premio “Professionista gentile” del Club Uomini Gentili (2025) e la Benemerenza civica del Comune di San Donato Milanese (2025).
Filippo Poletti ha scritto il libro Il presentatore perfetto, che per la prima volta approfondisce in modo specifico questa figura professionale. Da dove nasce l’idea di dedicare un libro al ruolo del presentatore?
In Italia occorre formare una nuova generazione di conduttori e presentatori che riflettano le cifre stilistiche della moderazione, della misura e dell’equilibrio. È possibile farlo riscoprendo modelli e grandi icone del passato come Raimondo Vianello, Corrado Mantoni e Fabrizio Frizzi.
Quali sono le principali skill e competenze che deve possedere un presentatore professionista?
Deve saper progettare un evento, stare sul palco (sia esso fisico o virtuale) e valorizzare i contenuti prodotti, oltre ai contatti con il pubblico stimolati durante la moderazione. Un evento è un successo quando, prima della manifestazione, si lavora affinché riesca nel migliore dei modi. In sintesi, come spiego dettagliatamente nel libro Il presentatore perfetto, deve avere competenze “dure” e “soffici”: deve, ad esempio, saper stendere un copione o conoscere le tecniche di ripresa audio e video, così come saper entrare in sintonia con gli ospiti dell’evento, possedendo lo “spirito aloha”».

In quali occasioni un’azienda che organizza un evento dovrebbe investire nella presenza di un presentatore professionista?
Direi sempre. Se dovessi usare una metafora, paragonerei il presentatore perfetto al comandante di un aereo: i protagonisti del viaggio sono i passeggeri, ma a garantire che tutto fili liscio è chi ha la responsabilità di chi guida il veicolo. Nel caso degli eventi, i passeggeri sono gli speaker di fronte al pubblico.
Nel libro sottolinea come non esista una vera e propria accademia dedicata alla formazione di questa figura professionale. Come si diventa, quindi, un presentatore professionista?
Le strade praticate finora sono state diverse: alcuni conduttori sono figli della gavetta fatta in tv, altri del palcoscenico, del giornalismo o della rete. Pensiamo a Enzo Tortora, Luciano Rispoli, Gigi Marzullo, Milly Carlucci, Paolo Bonolis, Maria De Filippi, Pif, Marco Montemagno, Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Saverio Raimondo, Valerio Lundini, Stefano De Martino e Mariasole Pollio, che, trasmissione dopo trasmissione, sono saliti alla ribalta. Pensiamo a quanti hanno studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia o nelle scuole di teatro, come Cino Tortorella, Raffaella Carrà, Claudio Bisio, Flavio Insinna e Victoria Cabello, per non dire dei tanti volti provenienti dallo spettacolo, come Renzo Arbore, Adriano Celentano, Iva Zanicchi, Michele Mirabella, Loretta Goggi, Mara Venier, Enrico Ruggeri, Pino Insegno, Enrico Bertolino e Caterina Balivo.
Diversi, inoltre, sono i talenti nati in radio, da Red Ronnie a Gerry Scotti, Amadeus, Linus, Carlo Conti, Massimo Cervelli, Tiberio Timperi, Marco Liorni e Nicola Savino, per non parlare degli autori e dei giornalisti diventati conduttori: Mike Bongiorno, Maurizio Costanzo, Maurizio Seymandi, Bruno Vespa, Giovanni Minoli, Alberto Castagna, Massimo De Luca, Enrico Mentana, Alessandro Piccinini, Federica Sciarelli, Federico Buffa, Massimo Gramellini, Monica Maggioni, Riccardo Luna, Simona Ventura, Francesco Giorgino, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Vira Carbone, Alberto Matano, Roberto Rasia, Maria Soave o Giampaolo Colletti.
Nutrita, infine, è la schiera di podcaster, YouTuber e creator attivi sui social media. Credo che un’accademia per presentatori in Italia potrebbe unificare questi percorsi, mettendo tanti giovani nelle condizioni di aspirare a fare questo mestiere.
Il ruolo di presentatore che propone nel libro sembra essere molto diverso da quello che siamo abituati a vedere nei media. Qual è la differenza e perché esiste questo contrasto?
In televisione ci si parla addosso, in radio volano le parolacce e nei podcast è caccia grossa alle polemiche per ottenere più visualizzazioni. Questo libro vuole essere un manuale utile a contrastare, in tv e online, la diffusione della cultura dell’insulto. Mi chiedete perché siamo arrivati a questo punto? Propongo una lettura mediologica e psicologica: per attirare l’attenzione si ricorre alle urla, stimolando il “cervello emotivo”, o sistema limbico, sede delle emozioni. Mi si perdoni l’autocitazione, ma, se il mio profilo su LinkedIn è diventato uno dei più seguiti in Italia grazie al racconto di notizie positive e non urlate, possiamo concludere che, per stimolare il confronto, non è necessario ricorrere al linguaggio “feroce”.
La capacità di agire come facilitatore è una skill sempre più importante, anche all’interno delle aziende, soprattutto nei contesti caratterizzati da conflittualità. Qual è il suo punto di vista?
Direi che è fondamentale. Riflettendo nel libro sul perché si fa un evento, invito a considerare che lo scopo della manifestazione non è l’esibizione del presentatore. Come scrivo, il moderatore è un “facilitatore”. Troppe volte, in azienda, ho visto capi concentrati su di sé anziché sul proprio team, lontani dalla filosofia della “servant leadership”, o “leadership di servizio”.
Nel libro suggerisce l’ascolto di brani tratti dal Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach. Com’è nata questa idea e perché ha scelto questo approccio?
«Mi sono formato studiando musica e laureandomi in musicologia. L’arte dei suoni resta una delle chiavi di lettura attraverso cui guardo alla realtà: nel libro Il presentatore perfetto, alla fine di ciascuno dei nove capitoli, propongo la guida all’ascolto di un preludio o di una fuga di Bach, inclusi nella playlist pubblicata su Spotify e intitolata Il presentatore perfetto. La spiegazione che do aiuterà i lettori a comprendere il parallelismo tra la struttura melodica, armonica, ritmica e formale dei brani del Clavicembalo ben temperato e il lavoro di presentazione, che non sarà mai scontato, a prescindere dal grado di difficoltà o dalla tipologia dell’incontro da presentare».
Quali sono, secondo lei, i modelli di presentatore a cui un professionista dovrebbe guardare per prendere spunto e sviluppare il proprio stile?
«Suggerisco di imparare da giornalisti come Piero Angela ed Enzo Biagi, dal direttore d’orchestra Yannick Nézet-Séguin e dal tennis di Roger Federer, tra i più grandi giocatori per tecnica, eleganza e longevità della carriera».
Autore: La redazione MCS