La formazione internazionale per affrontare le sfide del futuro

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Il Dipartimento di Scienze dell’Economia e della Gestione Aziendale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore si conferma come un laboratorio d’eccellenza per lo sviluppo delle competenze manageriali. A orientare questa visione è il professor Alessandro Baroncelli, figura di riferimento nel panorama accademico internazionale, direttore dell’ICRIM – International Centre for Research in International Management e coordinatore di percorsi formativi all’avanguardia come il Master in International Business e il Master in AI Driven Business Models.

Con un’esperienza maturata tra Europa e Asia, Baroncelli incarna un approccio al management che fonde solidità scientifica e applicazione concreta, con particolare attenzione all’innovazione strategica, all’internazionalizzazione dei modelli d’impresa e allo sviluppo delle soft skill, oggi sempre più determinanti per interpretare la complessità del presente.

Professore, il suo percorso accademico si è sviluppato tra istituzioni di prestigio e ambiti di ricerca molto diversi: quali esperienze hanno maggiormente influenzato la sua visione del management?

La mia visione del management si è costruita nel tempo grazie all’intreccio tra ricerca, didattica e consulenza, maturato in contesti internazionali eterogenei. Le esperienze in Europa e in Asia – in particolare nei campi della strategia d’impresa, dell’imprenditorialità e dell’innovazione – hanno rafforzato l’idea che la managerialità richieda competenze critiche, visione strategica e capacità di adattamento.

L’integrazione tra l’approccio accademico e il confronto con le imprese è stata essenziale anche nella progettazione di master e percorsi executive. Tra questi, il MIB (Master in International Business) e il più recente AIDBM (Master in AI Driven Business Models), pensato per formare professionisti capaci di leggere e guidare il cambiamento indotto dall’intelligenza artificiale.

Negli anni ha approfondito numerosi temi: dallo sport management agli spin-off universitari, fino alle strategie di delocalizzazione. Cosa unisce queste aree così eterogenee?

Questi ambiti, apparentemente lontani, condividono un tema centrale: l’internazionalizzazione in contesti complessi. Lo sport è una delle metafore più potenti della competizione internazionale ed è, al tempo stesso, un terreno fertile per affinare competenze manageriali. Gli spin-off universitari, basati su ricerca e innovazione, mostrano spesso una vocazione internazionale fin dalla nascita, rendendo cruciale la comprensione dei meccanismi di crescita oltreconfine. Un esempio sono le cosiddette “born global”.

Quanto alla delocalizzazione, il nostro lavoro si è concentrato sui processi decisionali che spingono le imprese, anche di piccole e medie dimensioni, a ripensare le proprie geografie produttive e commerciali. L’obiettivo è comprendere come le scelte localizzative si inseriscano in una strategia più ampia di crescita e nella capacità di gestire la complessità istituzionale e culturale dei mercati esteri.

All’interno di ICRIM, il centro di ricerca in International Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che ho l’onore di dirigere, abbiamo sviluppato laboratori per esplorare e accompagnare le traiettorie con cui le imprese costruiscono o riconfigurano la propria presenza internazionale.

Alla guida dell’ICRIM e del Master in International Business ha sicuramente affrontato sfide complesse. Qual è stata la più significativa e quali competenze si sono rivelate essenziali per superarla?

La sfida più rilevante è stata aggiornare costantemente i contenuti dei percorsi per rispondere a bisogni formativi in continua evoluzione. Temi come l’internazionalizzazione e l’intelligenza artificiale richiedono un ascolto attento del mondo delle imprese, flessibilità progettuale e una rete internazionale attiva. Solo così è possibile offrire percorsi rilevanti e immediatamente spendibili.

Alessandro Baroncelli, direttore dell’ICRIM
& coordinatore dei Master International Business
e AI Driven Business Models

Quali sono, secondo lei, le soft skill che oggi mancano di più ai giovani che vogliono entrare nel business internazionale?

Spesso manca la capacità di muoversi con consapevolezza in contesti culturali diversi. È fondamentale superare approcci autoreferenziali e sviluppare apertura, adattabilità e comunicazione interculturale. Tra le soft skill che oggi mancano di più ai giovani interessati al business internazionale, metterei al primo posto la capacità di muoversi in contesti culturali diversi, che richiede apertura mentale, adattabilità e comunicazione interculturale. Non basta conoscere le lingue: serve l’esperienza diretta di confronto con prospettive, stili manageriali e approcci al lavoro differenti.

Il Master in International Business risponde a questa esigenza con una classe internazionale (oltre il 50% degli studenti proviene dall’estero), una Faculty globale e il confronto diretto con imprese che operano in scenari multinazionali.

Come pensa che l’intelligenza artificiale possa trasformare concretamente il mondo delle imprese?

L’IA sta ridefinendo processi, ruoli e modelli di business. Nei prossimi anni, sarà centrale nelle decisioni strategiche e nel ripensamento delle strutture organizzative. Proprio per accompagnare questa trasformazione, abbiamo lanciato – come ICRIM – il nuovo master internazionale in lingua inglese AI Driven Business Models, che si rivolge a manager e decisori interessati a comprendere e governare il cambiamento.

Se dovesse dare un consiglio fuori dagli schemi a un giovane che sogna una carriera globale nel management, quale sarebbe?

Consiglierei di imparare a vedere il mondo con gli occhi degli altri. Per farlo, serve sviluppare una reale consapevolezza della complessità culturale e superare prospettive nazionali o autoreferenziali. Solo così si può costruire una leadership capace di operare in scenari globali con efficacia e rispetto.

Daniela Caraiman