Quando non intervenire è più pericoloso: l’effetto spettatore

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In una strada trafficata, durante l’ora di punta, un’automobile ignora un semaforo rosso e viene colpita da un altro mezzo proveniente dalla sua destra. L’incidente, seppur non drammatico, potrebbe aver causato dei feriti. Eppure, nonostante ci siano molti testimoni, nessuno va in soccorso dei due guidatori e ciascuno resta a guardare la scena, aspettando che qualcun altro faccia la prima mossa.

Questo fenomeno è chiamato effetto spettatore (o bystander effect), ovvero la tendenza a non agire in una situazione critica quando sono presenti altri spettatori passivi. L’effetto è stato definito e studiato negli anni Sessanta, dopo un triste fatto di cronaca accaduto a New York. Nel 1964 infatti, Kitty Genovese fu violentata e poi uccisa, mentre alcuni dei suoi vicini assistevano alla scena, intervenendo quando ormai era troppo tardi. Il caso suscitò scalpore e spinse molti studiosi a ricercare il perché di questo fenomeno.

Nel 2011, un team di ricercatori provenienti da diverse università europee ha compilato una metanalisi, cercando di trovare un ordine a tutta la letteratura riguardante quest’effetto, andando ad analizzare quasi cinquant’anni di studi e di esperimenti. Le tre domande a cui si voleva porre una risposta definitiva erano:

  1. L’effetto diminuisce in situazioni di grave emergenza?
  2. Ci sono situazioni specifiche in cui gli spettatori possono intervenire, poiché sono visti come un aiuto gradito?
  3. Ci sono altri fattori teorici e pratici che influenzano l’effetto?

I ricercatori hanno iniziato l’analisi a partire dalla letteratura più datata.

Il processo psicologico decisionale

Latané e Darley, nel 1970, proposero un modello decisionale in cinque step, secondo il quale si decide di agire o meno in situazioni di pericolo:

  1. Si nota una situazione critica
  2. Si definisce la situazione come un’emergenza
  3. Si sviluppa un senso di responsabilità personale
  4. Si valutano le capacità necessarie per il proprio intervento
  5. Si prende una decisione conscia per intervenire

Questo modello può essere tuttavia influenzato da altri tre processi psicologici. Il primo è la diffusione di responsabilità, ovvero la tendenza a dividere la responsabilità personale per il numero di spettatori presenti. Più spettatori ci sono, meno è la propria responsabilità. Il secondo processo è l’apprensione valutativa: si ha paura di essere giudicati dagli altri quando si agisce pubblicamente, quindi si ha paura di commettere degli errori. L’ultimo è l’ignoranza pluralistica, la tendenza cioè a fidarsi di reazioni evidenti degli altri nella definizione di una situazione ambigua. In questo caso, l’effetto massimo si verifica quando tutti rimangono a guardare, perché si ritiene che nessun altro percepisca un’emergenza.

In una strada trafficata, durante l’ora di punta, un’automobile ignora un semaforo rosso e viene colpita da un altro mezzo proveniente dalla sua destra. L’incidente, seppur non drammatico, potrebbe aver causato dei feriti. Eppure, nonostante ci siano molti testimoni, nessuno va in soccorso dei due guidatori e ciascuno resta a guardare la scena, aspettando che qualcun altro faccia la prima mossa.

Fattori rilevanti

Il classico esperimento per testare l’entità di quest’effetto è far assistere i partecipanti a una finta emergenza, inscenata dai ricercatori, valutando la differenza di intervento tra il caso in cui lo spettatore è singolo e quando invece vi è un gruppo di testimoni. Già dai primissimi studi, fu chiaro come l’effetto si presenti sia in casi di emergenza, come un infortunio o un attacco d’asma, sia in situazioni meno serie, come un finto problema tecnico durante l’esperimento. Questo fenomeno accade anche per banali interruzioni alla routine quotidiana. Quante volte capita che suoni il campanello e nessuno si alzi per andare ad aprire la porta?

Studi successivi hanno confermato come l’effetto aumenti all’aumentare del numero degli spettatori oppure in casi ambigui, dove è difficile valutare la gravità della situazione. L’effetto spettatore tende a essere più forte in ambienti cittadini, rispetto ad aree rurali. Al contrario, un fattore che risulta irrilevante è il sesso, sia del partecipante sia della vittima. Lo stesso vale per l’età, anche se alcuni studi sembrano attribuire a spettatori in fasce di età più anziane un effetto minore, forse dovuto a capacità di aiutare più sviluppate. Un fattore curioso è il grado di conoscenza tra gli spettatori: un gruppo di amici tende ad aiutare di più una persona in difficoltà, rispetto a un gruppo di completi sconosciuti.

Può sembrare strano, eppure una maggiore possibilità di comunicazione tra gli spettatori aumenta l’entità dell’effetto, quindi il non-intervento. I ricercatori suggeriscono che questo possa accadere, perché l’impossibilità di comunicare con gli altri aumenta la sensazione di responsabilità personale.

L’effetto in casi di emergenza

Le ricerche più recenti hanno dimostrato come l’effetto spettatore si presenti di meno in situazioni di grave pericolo o quando gli spettatori sono molto competenti.

Analizzando la letteratura, i ricercatori propongono tre possibili spiegazioni per la riduzione dell’effetto spettatore:

  • Eccitazione e costo di non-intervento

Situazioni di pericolo sono riconosciute più velocemente e il costo di non-intervento aumenta, se non si aiuta la vittima. Lo spettatore sperimenta quindi uno stato di eccitazione che può portarlo ad agire indipendentemente dal numero di altre persone presenti. Il pericolo percepito è una fonte diretta di eccitazione fisica, che aiuta a identificare un’emergenza reale e spinge lo spettatore a intervenire.

  • Spettatori come supporto fisico di fronte alla paura

Nel caso in cui l’emergenza sia rappresentata da una persona che si presenta come una minaccia, lo spettatore può aver paura delle conseguenze fisiche negative. Situazioni di pericolo possono quindi aumentare la sensazione di paura di essere feriti in caso di intervento, ma, se altri spettatori sono presenti, possono essere visti come una fonte di supporto fisico, il che diminuisce l’effetto spettatore tradizionale.

  • Scelta razionale

Come alternativa alla spiegazione basata sull’eccitazione, questa ipotesi afferma che la decisione dello spettatore è basata sul costo percepito di intervento, sul beneficio tratto dall’aiutare la vittima e sulla probabilità percepita di aiuto degli altri spettatori. In generale, un alto costo di intervento riduce la tendenza all’intervento. Detto questo, può esserci la percezione che alcune emergenze siano così pericolose da richiedere l’intervento di più spettatori, che possono fornire un aiuto sicuro ed efficace. Alcune situazioni possono essere risolte solo se più spettatori si coordinano nell’intervento. I casi pericolosi possono inoltre aumentare il tasso di intervento individuale, perché si crede che anche altri aiuteranno, dopo aver valutato la gravità della situazione.

I ricercatori affermano che recenti studi sembrano confermare tutte e tre queste possibili spiegazioni, anche se può sembrare controintuitivo. Ma, a loro detta, la più grande scoperta di questa metanalisi è che sembra che l’effetto spettatore sia diminuito con il passare degli anni. Una possibile spiegazione è che la notorietà di questo fenomeno abbia fatto sì che la percezione comune sia cambiata, portando più persone ad agire in situazioni di emergenza. Casi tragici come quello di Kitty Genovese sono stati infatti esempi tangibili di quanto costi non intervenire in casi di pericolo; il dovere di tutti è cambiare il proprio processo decisionale prima che accada di nuovo.

Carlo Sordini

Fonti:

  1. Fischer P, Krueger JI, Greitemeyer T, Vogrincic C, Kastenmüller A, Frey D, Heene M, Wicher M, Kainbacher M. The bystander-effect: a meta-analytic review on bystander intervention in dangerous and non-dangerous emergencies. Psychol Bull. 2011 Jul;137(4):517-37. doi: 10.1037/a0023304. PMID: 21534650.
  2. Latané, B., & Darley, J. M. (1970). The unresponsive bystander: Why doesn’t he help? New York, NY: Appleton-Century-Croft.
  3. Clark, R. D., & Word, L. E. (1972). Why don’t bystanders help? Because of ambiguity? Journal of Personality and Social Psychology, 24, 392–400. doi:10.1037/h0033717
  4. Fischer, P., Greitemeyer, T., Pollozek, F., & Frey, D. (2006). The unresponsive bystander: Are bystanders more responsive in dangerous emergencies? European Journal of Social Psychology, 36, 267–278. doi:10.1002/ejsp.297