Tempo di lettura: 6 minuti.

C’è chi segue un percorso tracciato e chi invece lo disegna da zero, esplorando territori inesplorati, creando opportunità laddove sembravano non esistere. Giulia Zanzi appartiene alla seconda categoria.
Premiata come Gold Manager 2024, Giulia ha costruito una carriera internazionale senza confini, spaziando tra mercati emergenti, grandi multinazionali e progetti di impatto globale. Il suo viaggio professionale, partito dall’Italia, l’ha portata a studiare in Cina, a lavorare tra Ginevra e Parigi e a lanciare brand in quattro continenti. Il filo conduttore? La capacità di reinventarsi, di trasformare ogni sfida in un’opportunità e di portare innovazione con una visione strategica chiara.
Ricevere un premio come Gold Manager è una testimonianza importante del tuo successo. Cosa ha rappresentato per te questo traguardo e quali valori o principi ti hanno guidato nel raggiungerlo?
Per me questo premio è stato davvero speciale. L’ho vissuto come il riconoscimento di una carriera che definirei “senza confini”, in tutti i sensi. Ho sempre cercato di non pormi limiti geografici o professionali, anche quando non c’erano veri e propri role model nel mio percorso. Ho scelto di creare le mie opportunità, sognando in grande e spingendomi oltre.
La mia storia è fatta di tante esperienze diverse: dalla laurea in Cina, passando per la consulenza e il Parlamento Europeo Giovani, fino al World Economic Forum con i Global Shapers. Poi sono arrivati anni all’estero, come a Ginevra con Procter & Gamble, e oggi Parigi. Proprio per questo, il premio ha un valore ancora più profondo, perché io sono molto legata all’Italia. Le mie radici, la cultura, gli studi che ho fatto: tutto ciò che mi porto dentro ogni giorno. Oggi resto molto attiva con il nostro Paese, collaborando con Federmanager, partecipando a progetti formativi per donne nei board e cercando di restituire quello che ho ricevuto. È un riconoscimento che sento anche come un invito a restare connessa all’Italia e a continuare a contribuire.
Quali sono stati i momenti e le sfide più significative che hai affrontato durante il tuo percorso professionale?
Le sfide non sono mai mancate. Penso alla mia esperienza in Cina, dove ho studiato in un’epoca in cui non esistevano ancora gli smartphone e comunicare era un’impresa.
In quell’anno ho visto il mondo cambiare sotto i miei occhi a una velocità che mi ha insegnato ad adattarmi, trovare soluzioni e a reagire rapidamente. Tutte competenze che poi ho ritrovato quando ho lanciato Clearblue in quattro Paesi emergenti (Cina, Russia, Brasile, Messico) in soli due anni, diventando leader di mercato ovunque.
Ho imparato che servono coraggio, flessibilità e tanta empatia. Senza i team straordinari con cui ho collaborato in quei progetti, nulla sarebbe stato possibile. Lo stesso vale oggi, dove con Thélios, simbolo dell’eccellenza dell’eyewear del gruppo LVMH, stiamo rilanciando Vuarnet in chiave molto imprenditoriale. Serve visione, ma anche un’enorme responsabilità: quando hai tra le mani brand storici e amati, il peso si fa sentire. Ma io penso sempre che i limiti non debbano fermarci, bensì spingerci a trovare soluzioni insieme agli altri.
Come pensi che le soft skill possano fare la differenza nel guidare team multiculturali come quelli con cui collabori? Quali, in particolare, reputi indispensabili nel tuo ruolo?
Oggi più che mai le soft skill sono centrali. Già nel 2018, quando ho frequentato un corso al MIT sull’AI applicata al business, si intuiva che l’intelligenza artificiale avrebbe trasformato tutto. Ecco perché quello che ci rende davvero unici sono proprio le competenze umane.
La prima, per me, è la curiosità. Serve apertura mentale, voglia di aggiornarsi, di cambiare rotta quando necessario. Quando ho iniziato a lavorare si pianificava tutto con un anno di anticipo; oggi il mercato cambia in 48 ore. Serve agilità continua.
Poi c’è l’empatia: saper creare relazioni vere con i team, i board, gli stakeholder. Per me il board non è mai un’arena, ma un ecosistema collaborativo dove ognuno deve sentirsi parte del progetto.
E infine, la mia preferita: la capacità di sognare. Sembra strano chiamarla soft skill, ma senza sogni non c’è visione e senza visione non c’è strategia. “Dream big” per me non è uno slogan: è il punto di partenza di ogni progetto.

di Thèlios, LVMH Group
Dal tuo punto di vista, quali iniziative ritieni possano contribuire concretamente a promuovere l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e creare un ambiente professionale più inclusivo?
Questo è un tema che mi sta a cuore da sempre. Da anni collaboro con Inspiring Girls, per esempio, con cui andiamo nelle scuole a parlare con ragazze e ragazzi. Serve agire presto, perché già negli ultimi anni delle elementari si nota un crollo della fiducia delle ragazze e dei ragazzi in sé stessi.
Un altro tema fondamentale è la meritocrazia. Spesso si discute di quote rosa, e io sono la prima a riconoscere i risultati che hanno portato, soprattutto nei board italiani. Ma non credo nelle posizioni “riservate” a prescindere. Ritengo sia fondamentale fornire indistintamente a entrambi i generi tutti gli strumenti e le possibilità necessarie per costruire il proprio futuro. Così come credo che le discussioni sull’inclusione non vadano fatte solo tra donne: il cambiamento si compie insieme. Un altro esempio? Quando sento dire “non ci sono donne adatte a questo ruolo” rispondo sempre che non è vero. Spesso le donne non si candidano se non soddisfano il 100% dei requisiti, mentre gli uomini lo fanno anche al 60%. È un tema culturale che dobbiamo scardinare. Alla fine, il vero obiettivo è creare ambienti in cui la diversità generi valore, portando a risultati migliori. E questo vale non solo per il genere, ma anche per età, competenze, background. In un mondo dove l’AI rischia di amplificare i bias, la diversità nei team non è un’opzione, è una necessità.
Guardando al futuro, quali consigli daresti ai giovani che aspirano a intraprendere una carriera manageriale a livello internazionale?
Prima di tutto, consiglierei di disegnare la propria strada, senza seguire modelli precostituiti. Il mondo cambia troppo velocemente: serve ascoltarsi, capire cosa ci appassiona davvero e avere il coraggio di buttarsi.
Poi, lo consiglio sempre: fate esperienze all’estero. Io ho iniziato con uno scambio alle superiori, in Finlandia, e da lì non mi sono più fermata. All’epoca sembrava folle chiedere di studiare un anno negli Stati Uniti mentre frequentavo il liceo classico, e alla fine trovai un compromesso con sei mesi in Inghilterra. Ma da lì si è aperto tutto. Spesso le opportunità nascono proprio sfidando i limiti che altri ci impongono. E infine: abbiate umiltà, tanta voglia di imparare e, perché no, anche di tornare in Italia, che ha bisogno di tutte le energie migliori.
Daniela Caraiman