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Sette persone, un libro, novanta minuti di confronto. Il 16 settembre abbiamo presentato il libro “Strategia digitale per il business” in un webinar con Luca Brambilla come moderatore e con i cinque professionisti che hanno contribuito al libro: Filippo Poletti, Roberta Zantedeschi, Mariella Borghi, Maurizio Fiengo e Simona Fiorentini. Ne è uscito fuori molto più di una presentazione.
Di seguito trovi i passaggi più significativi che sono emersi durante il webinar e che vale la pena condividere anche con chi non c’era.
L’intelligenza artificiale e il rischio di scomparire
Il tema che ha occupato più tempo è stato l’AI. LinkedIn ha introdotto un pulsante per segnalare i contenuti percepiti come “AI slop”, cioè scritti in modo trascurato da un’intelligenza artificiale. Mariella Borghi, che di AI e marketing si occupa professionalmente, ha espresso una perplessità che condivido: quel bottone rischia di diventare uno strumento di caccia alle streghe, usato non contro i contenuti scadenti ma contro le persone che semplicemente non piacciono. E LinkedIn dichiara di usare questi feedback per allenare un modello di classificazione, il che apre una domanda scomoda: cosa può andare storto se un modello AI ne allena un altro?
Su questo ho espresso un concetto a cui tengo: mai come in questo momento storico conta far emergere il proprio punto di vista. L’AI la uso anch’io, parto da quello che voglio dire, lo butto dentro, lo sviluppo con lo strumento. Non ci metto meno tempo di prima, anzi, spesso trenta minuti o un’ora per un post, ma la qualità di ciò che ottengo è diversa, perché mi aiuta ad andare più in profondità. Se il pensiero dietro il contenuto lo genera l’AI e io non ci metto niente, si vede e le persone lo percepiscono, anche se non lo sanno spiegare.
Maurizio Fiengo ha aggiunto un dettaglio che mi ha colpito: da quando usa l’AI impiega più tempo, non meno, ma dice che la qualità è aumentata e ha confessato di aver smesso di seguire alcuni professionisti che stimava, da quando hanno iniziato a usare l’AI in modo palese e privo di filtro, perché quelle persone avevano una forza maggiore prima.
Il metodo per non farsi clonare
Mariella ha condiviso un metodo concreto che va oltre il consiglio generico di “usare l’AI con criterio”:
- dare in pasto all’AI i propri post passati, per farle imparare lo stile personale;
- costruire un file MD con le regole di scrittura, la cosiddetta “skill”;
- creare un progetto dedicato nella piattaforma generativa con istruzioni precise su cosa non fare;
- non fare mai copia-incolla: leggere, lavorare, rilavorare quello che esce;
- tenere comunque il pensiero critico acceso, perché il testo generato “sono io, non sono io” resta una domanda che solo tu puoi farti.
Lei stessa ha ammesso di riscrivere l’ottanta per cento di quello che l’AI le restituisce, nonostante abbia allenato una skill sulla sua voce. Le ho risposto che per me è un buon segno quando l’AI non mi convince: vuol dire che non mi ha clonato, che c’è ancora spazio per metterci del mio. Simona Fiorentini ha aggiunto una distinzione utile: l’AI la aiuta nella forma, mai nello spunto iniziale, che parte sempre da qualcosa di vissuto.
I cinque principi di Filippo Poletti
Filippo Poletti, giornalista e tra le prime LinkedIn Top Voice italiane, ha condensato vent’anni di presenza sulla piattaforma in cinque parole d’ordine:
- coerenza con la propria proposta, senza inseguire mode;
- qualità prima di tutto: “un quinto marketing, quattro quinti prodotto”, come gli ha detto un imprenditore che ha intervistato;
- non cedere alla tentazione del varietà, perché LinkedIn resta una piattaforma professionale, non intrattenimento;
- misurare per migliorare, con costanza (lui aggiorna un file Excel ogni giorno dal 2017);
- l’online come altra faccia dell’offline, mai un sostituto della relazione reale.
Su questo ho aggiunto un dato che considero rilevante e che vale la pena verificare con la propria esperienza diretta prima di darlo per assoluto: l’algoritmo non premia più la somma lineare dei contenuti. Cinque post pubblicati in una settimana, se fatti in fretta, possono generare meno risultati di due post curati bene e i commenti contano come contenuti a tutti gli effetti: un commento scritto con cura sotto il post di un altro può generare più visibilità del tuo post principale.
Il tono di voce si costruisce sbagliando
Roberta Zantedeschi ha raccontato una cosa che trovo più utile di qualsiasi guida teorica sul personal branding. Quando è arrivata su LinkedIn veniva da Facebook, dove faceva la recruiter con un tono ironico e informale, pensato per un pubblico di amici. Ha fatto copia-incolla dello stesso stile sulla nuova piattaforma, senza fermarsi a pensare che chi la leggeva ora non la conosceva affatto. È stata una persona sconosciuta, con un messaggio privato, a farle notare che il tono di voce non rendeva i suoi contenuti graditi. Da lì ha iniziato a costruire quella che lei chiama empatia digitale.
Il punto che mi interessa sottolineare: il tono non si pianifica a tavolino, si scopre raccogliendo feedback nel tempo e deve corrispondere alla persona reale, perché se pubblichi ogni giorno e poi incontri le persone offline, un divario tra chi scrivi di essere e chi sei davvero si vede immediatamente.
Perché avere un profilo anche senza vendere
Una persona del pubblico ha chiesto perché tenere un profilo LinkedIn curato se non si è alla ricerca di clienti o di lavoro. Simona Fiorentini ha risposto che la rete costruita oggi è un asset che potrebbe servire in futuro, anche se in questo momento non se ne vede l’utilità diretta. Io aggiungerei una distinzione che riguarda chi lavora in azienda, non il libero professionista: se sei dipendente e hai un profilo attivo, quello che scrivi rappresenta anche il brand dell’azienda per cui lavori, che tu lo voglia o no.
Quello che resta
Il libro stesso è nato da una relazione costruita su LinkedIn, e tutti i contributor del webinar hanno detto sì con generosità, senza chiedere nulla in cambio. Tre anni fa non avrei mai pensato di scrivere un libro, è successo perché su questa piattaforma, usata con metodo, le relazioni diventano concrete prima o poi.
L’intelligenza artificiale può aiutarti nella forma. Il tono di voce si costruisce sbagliando e correggendo. La coerenza si misura negli anni, non nei singoli post. Nessuna di queste tre cose la può fare uno strumento al posto tuo.
Autore: Fabio Banzato