“L’inferno è ottenere quel che si pensa di volere”
A. Clark
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Le decisioni aziendali sono sempre razionali?
Molti di noi partono dall’erronea convinzione che le imprese siano “organismi” razionali: si parte dal presupposto che gli imprenditori agiscano sulla base delle logiche di mercato, analizzando l’ambiente competitivo, la concorrenza, le core competences, la catena del valore e sulla base di queste analisi pianifichino una strategia commerciale.
Inoltre, spesso, si ritiene che sia il mercato a operare un processo di “selezione naturale” delle imprese migliori, basato su criteri legati sia all’impresa (cioè alla sua capacità di creare un output di valore in condizione di scarsità delle risorse), sia al mercato globale che risponde a leggi ferree sulle quali gli imprenditori hanno ben poco controllo.
Eppure siamo davvero certi che le decisioni imprenditoriali dipendano soltanto dalla razionalità, strutturata sulla base di analisi rigorose, e dalle pressioni del mercato?
Gli imprenditori, oltre a essere leader, sono persone e in quanto tali recitano un “copione” dettato dal proprio “teatro interno” che non sempre risponde a logiche coerenti. Diventa quindi rilevante saper gestire tale copione perché, come i leader possono portare l’impresa e i loro collaboratori a vertici straordinari, è altrettanto facile portarli fuori strada.

Quali sono gli errori più comuni di un leader?
Gli aspetti disfunzionali degli stili di leadership si estendono a tutti i livelli di un’impresa, influenzandone la strategia, l’organigramma aziendale e, soprattutto, la cultura organizzativa.
Vediamo, quindi, gli errori più comuni di una leadership disfunzionale:
- La creazione di una struttura di potere centralizzato: in questa situazione il leader, a causa del grande bisogno di impressionare gli altri e di attrarre l’attenzione su di sé, tende a circondarsi di collaboratori che abbiano una struttura di personalità “dipendente” e che finiscano per subordinare le proprie necessità a quelle del capo. In tal modo, i collaboratori mettono in campo un atteggiamento remissivo che inibisce la creatività e l’innovazione; le figure particolarmente indipendenti e visionarie tendono a essere allontanate dall’azienda o confinate a ruoli marginali.
- La difficoltà a concentrarsi su obiettivi razionali: in questo caso il leader, carente della capacità di concentrazione, tende a essere eccessivamente reattivo e a puntare a obiettivi irrealizzabili, lanciandosi in nuovi business avveniristici per il desiderio di impressionare tutti gli stakeholder. Un piccolo stimolo da parte del mercato può diventare l’occasione per superarsi e dimostrare al mondo intero che ogni iniziativa imprenditoriale sarà un successo.
- Il leader, basandosi più su capricci personali che su concrete opportunità di business, naviga in mercati inesplorati “a vista”, senza munirsi di analisi rigorose svolte dai colleghi, forte del fatto che i collaboratori tendono a non inibirne le scelte dettate più dall’istinto e dal sospetto, che dalla logica, per timore di ritorsioni di qualsiasi genere.
- La mancanza di meccanismi formali di feedback: il leader, eccessivamente fiducioso nelle proprie capacità di analisi economica, forte della reputazione di cui gode in azienda, tende ad evitare fenomeni per cui i collaboratori si possano esprimere in merito alle proprie decisioni, alimentando un clima di sottomissione e “silenzio organizzativo” per cui ogni forma di dissenso viene interpretata come ostacolo alla realizzazione del progetto e come frutto di invidie suscitate dal successo di antiche performance.
In virtù di ciò, noto il delicato rapporto che intercorre tra persona e organizzazione e la misura in cui il top management può influire sulla struttura e il funzionamento complessivo dell’impresa, accade spesso che i temi intrapsichici dei leader si traducano miserabilmente nella realtà esterna.
Spesso molte decisioni imprenditoriali si rivelano inopportune soltanto a posteriori: per questo ogni imprenditore dovrebbe interrogarsi sulla reale motivazione di ogni scelta, indagando costantemente il proprio mondo interno, chiedendosi quali elementi interiori guidino il proprio agire quotidiano, in che direzione stia coltivando le relazioni con i propri colleghi e domandandosi sempre e comunque “dove e perché stia correndo”.
Serena Dognini
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Fonti:
Kets De Vries, M. F. R., L’organizzazione irrazionale. Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.